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Panorama verde

Il primo passo
è sempre quello più difficile.
C’è un primo passo per scrivere un libro. C’è un primo passo per affrontare insieme un problema.
C’è un primo passo che richiede un atto di coraggio ed esporsi in prima persona davanti a tante persone.

Il primo passo è tuttavia quello che porta sempre ad un grande cambiamento a partire dalla nostra anima, sapendo bene che niente sarà più come prima.

 

 

                                                              Clima e cambiamento climatico  -  1° passo

 

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“Il clima è in crisi?”

Partiamo da questa domanda. Abbiamo per caso un problema col clima?

Sì, no, forse …Sì!

 

Ho scritto questo “quaderno di viaggio” non tanto per dare bacchettate o sermoni paternalistici perché non siamo stati abbastanza attenti nella salvaguardia del nostro pianeta, né vuole essere un’autocommiserazione su quanto siamo stati sfortunati “...ma proprio a noi doveva capitare!”. Non sarà nemmeno un noioso snocciolamento di numeri, statistiche, teorie complottiste su clima, cambiamenti climatici e fenomeni annessi e connessi: no. Questo quaderno di viaggio vuole soprattutto informare il maggior numero di persone possibili con la speranza che diventi una piccola guida che ci indichi il cammino verso il cambiamento, verso un futuro più in armonia con il mondo e i suoi delicati equilibri. Oggi siamo arrivati al punto in cui l’umanità può essere paragonata ad un grosso elefante imbizzarrito che si trova all’interno di un negozio di cristalli e vetreria (il pianeta Terra).

Lascio immaginare le conseguenze.

 

In un futuro molto prossimo se non si adottano subito delle scelte più attente la nostra vita sarà sempre più irta di ostacoli e difficoltà, non solo per le nostre tasche, che a forza di pagare i danni prodotti dalle catastrofi naturali diventeranno sempre più povere, ma anche per quei diritti fondamentali come la salute, la disponibilità delle risorse primarie, il benessere sociale (il welfare, come si sente dire oggi che va tanto di moda) e il lavoro.

 

Gli eventi che stiamo vivendo in Italia o quelli che accadono nel mondo ci fanno rendere conto che in effetti qualcosa sta cambiando e anche velocemente. Non si tratta più di una semplice sensazione di qualcosa che non va, che non quadra, ma è qualcosa di ben più concreto e consistente. Questo significa che c’è un processo in atto che si sta aggravando rapidamente, a tal punto che resta impresso nella memoria umana, da una generazione a quella successiva. Per intenderci: i ritmi naturali si articolano su scale che vanno dalle decine di migliaia, ai milioni di anni, processi lenti che consentono agli organismi viventi di adattarsi e mutare nel tempo le proprie abitudini, i propri ritmi biologici. La rapidità dei mutamenti attuali invece sono riconducibili a qualcosa di innaturale, di artificiale o per dirla tutta, di natura antropogenica, ammettendo cioè che dietro tutto questo c’è lo zampino della specie umana: Homo sapiens sapiens, noi.

 

Non è certo un caso che Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica dell’atmosfera, abbia proposto nel 2000 il termine antropocene, ovvero l'attuale epoca geologica della Terra, proprio per mettere in risalto il fatto che l'essere umano con le sue attività è riuscito, modificando territori, ambienti e climi, ad incidere sui processi naturali della geosfera, dell’idrosfera e dell’atmosfera, le tre sfere che consentono la vita su questo pianeta.

 

E qui veniamo al nodo fondamentale della questione: ma in fondo come facciamo ad essere così sicuri che siamo stati proprio noi? In effetti non è per niente facile collegare una causa (le immissioni di gas in atmosfera) con una conseguenza (il riscaldamento globale e la crisi climatica) soprattutto quando un fenomeno è ancora poco evidente (almeno per il momento).

Tuttavia sebbene ancora ci siano persone e talvolta scienziati che pongono opinioni contrarie (ma va bene così, purché non ci si imponga con la violenza verbale o fisica), per quanto riguarda gli studi sulla crisi attuale del clima esistono montagne di dati, osservazioni, ricerche, sperimentazioni, simulazioni e avanzatissimi supercomputer, che hanno analizzato la complessità dei fenomeni legati alla dinamica dell’atmosfera e dei climi.

 

Questa grande quantità di studi vengono poi pubblicati periodicamente come articoli scientifici su riviste di settore o prodotti editoriali, vengono quindi inviati nei laboratori di tutto il mondo per essere sottoposti a severi riesami svolti da ricercatori indipendenti, seguendo di fatto un protocollo noto come “metodo scientifico-sperimentale” il cui padre fondatore fu nientemeno che Galileo Galilei.

Da diversi decenni questi lavori e i loro riesami vengono poi raccolti da un organo sovranazionale indipendente, l’IPCC (sigla che sta per “Intergovernmental Panel on Climate Change”, che tradotto suonerebbe un po’ così: “Cartello Intergovernativo sul Cambiamento Climatico”

che li classifica e li rielabora in base alla tipologia di studio e al campo di ricerca.

 

Ogni sette anni l’IPCC pubblica dei report (rapporti) che descrivono lo stato climatico del pianeta, ne valuta le criticità e formula alcune previsioni per il futuro (scenari).

È in questo modo che è stato individuato il colpevole: noi.

Naturalmente in questi report vengono presi in considerazione anche tutti gli articoli e i lavori “contrari”, ovvero che riconducono la responsabilità della crisi climatica a fenomeni naturali quali l’attività solare, le emissioni vulcaniche, i cicli biochimici, che pur essendo presenti si è sempre visto che ricoprono un ruolo minimale (meno del 5%), spesso di scala locale, quasi irrilevante di fronte alla globalità del fenomeno.

 

Un altro elemento dei report dell’IPCC è quello di fornire direttive e indicazioni per le classi politiche dirigenti, linee guida su come dovrebbero essere indirizzate le decisioni dei governi al fine di affrontare questo problema in modo intelligente e responsabile.

E qui vengono al pettine tutti i nodi delle questioni irrisolte.

Il tono di questi report infatti, nel corso degli anni (parliamo degli inizi degli anni ‘90), si è appesantito gradualmente: dapprima i report si limitavano a dare indicazioni per arginare la questione ed evitare di renderla più grave; successivamente i toni sono diventati via via più allarmistici, per cui dalle semplici “indicazioni” si è cominciato a richiedere di agire politicamente con la massima urgenza!

Oggi ci si sta concentrando prevalentemente su come cercare di adattarci alla crisi climatica per poter sopravvivere a situazioni di continua emergenza ormai in essere e che tendono ad aggravarsi sempre di più col passare del tempo (la parola più utilizzata in questo periodo è infatti resilienza).

 

Ricorda tanto la classica situazione di quando si ha il sospetto che un dente si stia cariando: si cerca sempre di minimizzare il problema e di nasconderlo facendo finta di niente perché in effetti l’idea di passare sotto i ferri del dentista «non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello!»

(ma nemmeno per l’anticamera del nostro portafoglio...).

Come sempre succede però, da semplice sospetto si passa ad una dolorosa certezza e allora si comincia a cercare rifugio negli analgesici e quant’altro, ma ormai il processo è irreversibile e il dente si deteriora sempre di più, fino al punto da dover ricorrere per forza dal dentista.

 

Perché tanta riluttanza ad affrontare un problema grave come la crisi climatica?

Perché i decisori politici faticano tanto a prendere misure opportune?

Senza generalizzare, ma il problema è fondamentalmente di etica politica e di “pulizia morale”, ovvero il voler agire consapevolmente e in modo programmatico per il benessere dei cittadini e del territorio in cui si vive.

Un’etica che oggi è merce estremamente rara, soffocata da interessi privati, compromessi al ribasso, paura di deludere una base elettorale.

Questo è sicuramente l’ostacolo maggiore.

 

Eppure siamo stati proprio noi italiani i primi ad ospitare un importante evento che ha aperto la strada a tutti gli studi sui cambiamenti climatici! Ci credereste?

Tutto nasce nel 1968 quando un gruppo di premi Nobel, scienziati, intellettuali e alcuni leader politici “illuminati” fondarono il cosiddetto “Club di Roma”.

Il nome del gruppo nasce dal fatto che la prima riunione si svolse proprio a Roma, più precisamente a Trastevere presso la sede dell'Accademia Nazionale dei Lincei.

Da qui seguirono altri incontri in altre parti del mondo che alla fine portarono alla pubblicazione nel 1972 del primo report in assoluto intitolato “I limiti dello sviluppo” in cui si sottoponeva a critica il problema di uno sviluppo economico incontrollato e conseguentemente i limiti e la capacità del nostro pianeta a fornire continuamente materie prime di fronte ad una popolazione umana sempre più numerosa e più esigente (in certi aspetti anche più “viziata” da consumi superflui...), e soprattutto il rischio dell’esaurimento delle risorse, la non-ciclicità della filiera di produzione-consumo-scarto che in poco tempo avrebbe provocato accumuli eccessivi (inquinamenti del suolo, dell’aria, dei mari) con contaminazioni e danni ambientali.

E qual è stato il livello di attenzione e di recepimento di queste indicazioni da parte della stampa, dei politici e dei cittadini di quel periodo (con le dovute eccezioni, certamente)?

 

Quasi nullo naturalmente !  Ed oggi, è arrivato il conto del dentista…

                                                                                              

                                                                                                                                                                                                                                                                                             ....2° Passo >>>

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